È, questa, una delle frasi più celebri del film cult “Fight Club”, che metteva mirabilmente in scena l’importanza del sapersi mettere in gioco – anche con metodi a volte poco ortodossi – per poter arrivare a conoscere la propria vera natura, traendo da questo continuo “gioco delle parti” nuove energie, nuove ispirazioni e nuove prospettive.

La lucha libre – lotta messicana – fa capo al wrestling e nasce in Messico negli anni Trenta. Rispetto a quest’ultimo, è molto più veloce e maggiormente coreografica, a discapito dello sfoggio di forza fisica che è invece prerogativa del wrestling americano.

I luchadores si distinguono per la loro allure fortemente teatrale e per le màscaras sgargianti e iconiche che portano sul volto. La maschera, per un praticante di lucha libre, rappresenta l’identità ed è da difendere a ogni costo. Infatti, la somma onta per chi perde un match è quella di essere costretto a smascherarsi – letteralmente e metaforicamente – davanti a tutti, rivelando la propria identità e perdendo tutte le caratteristiche del proprio personaggio, che dovrà ricreare ex-novo.

I luchadores più iconici di tutti i tempi portano scritta la loro caratteristica distintiva già nel “ring name”. El Santo, El Solitario: sono questi personaggi – in bilico tra supereroi sui generis e gentiluomini vecchia maniera, focalizzati sull’onore e sul rispetto delle regole – a essere entrati nell’immaginario collettivo di generazioni di appassionati.

La lucha libre è una pratica che ha letteralmente attraversato le epoche – e da queste ha attinto nuovi stimoli e a queste si è adattata, in un combattimento ad armi pari dove si può trarre vantaggio perfino dalla forza stessa dell’avversario. El Santo, uno dei lottatori più noti, ha iniziato la sua carriera proprio quando la lotta libera era agli albori. Sono seguiti infiniti successi e vittorie fino al ritiro dalle scene nel 1982, col passaggio di testimone al figlio, che prende il nome d’arte El Hijo del Santo. Poco prima dell’addio, El Santo si toglie la maschera per la prima volta in televisione: è un gesto simbolico, il regalo della sua vera identità a tutti coloro che lo hanno seguito e sostenuto. Anche la carriera di Huracan Ramirez è stata longeva  e costellata di vittorie: un personaggio così solido e amato da essere stato protagonista di ben otto pellicole cinematografiche. El Solitario, un altro indimenticabile lottatore, ha cominciato a battersi sul ring a soli quattordici anni, nel 1960 – e ha continuato fino alla sua morte, nel 1986.

Ciò che colpisce, nelle loro storie, è quanto la lucha libre sia realmente un percorso lungo una vita. Figli della loro epoca, che metteva determinazione e onore al primo posto, i luchadores storici hanno vissuto la lotta come una scelta che non può essere recisa, un modo nobile per esprimere se stessi che va onorato fino in fondo.

In che modo? Creandosi un’identità che è tanto più reale quanto più diventa istrionica e plateale. Infatti, attraverso la costruzione della sua gimmick (personaggio, nel gergo della lucha libre e più in generale del wrestling) e l’uso della maschera, il lottatore realizza il paradosso: nascondendo la sua personalità, può veramente mostrarsi per quello che è, con le sue contraddizioni e i suoi punti di forza.

Nella lucha libre, lo spettacolo e la lotta – fortemente scenici, volutamente caricati e intensi – sono in realtà solo un pretesto per mettere in scena quella che è la vera natura di tutti: indefinibile, multi sfaccettata e contraddittoria – e, proprio per questo, unica e inimitabile. Su misura.