Con questa rubrica vorrei portarvi con me in un viaggio alla scoperta di piccolissimi produttori che hanno tramutato i loro sogni in una bevanda…il vino…che affascina da millenni gli uomini.
La storia di oggi, anzi, il sogno di oggi riguarda un personaggio strano che, insieme alla sua compagna di vita, decide di iniziare una nuova avventura “su uno scoglio”. È così che Andrea Pedrani e sua moglie Federica Marcora amano chiamare l’isola di Panarea.

Una favola al rovescio, che per una volta non racconta l’ennesimo abbandono di un siciliano della sua terra per andare a cercare fortuna fuori, ma di un milanese – anzi due – che lascia la metropoli lombarda per rifugiarsi per sempre a Panarea a fare vino.
Andrea Pedrani (nella foto con la compagna Federica) cinquantenne, figlio di un industriale milanese che negli anni ’50 ha trovato la sua Itaca a Panarea, decide di abbandonare la vita cittadina alla volta di una delle più piccole delle sette isole Eolie. Una decisione ferrea, un taglio netto col passato, la volontà di recuperare la casa del padre e il terreno circostante e vivere per sempre della semplicità di quest’isola coltivando mezzo ettaro di vigna a Malvasia. Crea, così, l’unico esperimento vitivinicolo attualmente attivo sull’isola.
“Mio padre – racconta Andrea – arrivò su quest’isola alla fine degli anni cinquanta perché avevo una mamma che nel dopoguerra amava prendere il sole completamente nuda e per quell’epoca era un vero e proprio scandalo.
Visto questo richiamo alla libertà più totale che ruggiva nell’animo dei miei genitori, hanno scelto di costruirsi una casa in un paradiso incontaminato fatto solo di prati mare e capperi.
Mio padre, da quel momento, fu libero di vivere senza abiti e costrizione, potendo fare l’amore con mia madre sui terrazzi di casa nella natura più selvaggia che allora l’Italia poteva offrire, in totale riservatezza.
Quando venne a mancare, mi donò la sua proprietà – io e mia moglie decidemmo a quel punto di piantare nel suo giardino una vigna molto speciale”.

“Fino a tre anni fa facevo la vita di un qualsiasi milanese, uscivo spesso, andavo in giro per locali e gestivo la palestra di cui sono proprietario in centro città”. Poi, d’improvviso, il bisogno di pace e di indipendenza, la voglia di vivere di quello che la terra ti può offrire. Un biglietto di sola andata per Panarea insieme alla mia compagna Federica – e tutto diventa chiaro. Ho recuperato così la bellissima casa costruita da mio padre e i terreni sottostanti. È qui che mio padre diceva di innamorarsi ogni giorno di mia madre, tra questo pezzo di terra e il blu di questo mare. Ed è qui che io ho deciso di rimanere”.
I due milanesi hanno rinunciato così alla mondanità, perfino a quel briciolo di frivolezza di cui vive Panarea un mese all’anno. Ora sono un motorino “Si” di trent’anni fa e un aperitivo in due sulla terrazza di casa a renderli felici.
L’emozione è tanta e si percepisce nelle loro parole. L’emozione è la stessa sensazione che accompagna ogni giorno Andrea e Federica in vigna all’alba. “Ci svegliamo presto e cominciamo a lavorare. Ogni giorno è una battaglia contro qualcosa di diverso, prima i conigli, poi gli uccelli. Ma difendiamo la nostra vigna con le unghie e con i denti”, racconta divertita Federica. La più grande sfida, però, è stata quella con la fillossera che ha colpito la vigna un anno fa e che in poco tempo stava distruggendo le piante. “Eravamo terrorizzati. Abbiamo preso un aliscafo per Salina col cuore in pena e siamo andati a bussare alla porta di Nino Caravaglio, che in poco tempo ci ha tranquillizzati e ci ha detto cosa fare. Nel giro di qualche mese la vigna è tornata rigogliosa e oggi abbiamo dei grappoli grossi e sani”, spiega Andrea mentre mostra compiaciuto le foto del vigneto a Caravaglio, definendolo “il papà dei suoi grappoli”. Anche per Nino quella di Panarea è una sfida, un esperimento che ha abbracciato con curiosità e che ha portato il nome di entrambi sull’etichetta.
Da questa avventura è nata LINSOLITA ,volutamente senza apostrofo. Si tratta di una malvasia di Panarea, chiamata così perchè nel 2011 – anno della prima bottiglia – era l’unica malvasia eoliana in purezza vinificata a secco.
Le isole Eolie sono famose nel mondo per la malvasia delle Lipari D.O.C.: un vino passito dolce, che viene prodotto da vendemmie tardive e successivamente essiccamento al sole dei grappoli.
LINSOLITA, invece, si presenta come un vino che esprime al meglio il territorio vulcanico su cui viene prodotta. Un vino bianco ricco di profumi elegantemente aromatici di frutti a polpa bianca e spiccate note mediterranee, con il contrasto di un gusto al palato secco e tagliente, ricco di minerali e sapidità come solo i vulcani come l’Etna, le Eolie e Pantelleria sanno esprimere.
Così termina il primo capitolo di questa favola, con un abbraccio sinergico tra un milanese ed un santamarianese uniti dall’amore per la stessa uva. E come tutte le favole, anche questa conserva una morale: “Siamo sicuri che rincorrere le lancette sia la chiave della felicità? Non dovremmo forse seguire l’esempio di Andrea e Federica? Non staremo forse sbagliando tutto? Ma soprattutto, la felicità non sarà mezzo ettaro di vigna a Panarea?”.